“...la capacità più imminente dell’artista è la rievocazione lirica del paesaggio che, trasportata sulla tela non perde gli elementi più vivi che costituiscono il grande incanto degli spazi reali disegnati dalla composta simmetria dei piani, e vivificata da fasci di luci tenui e forti. Quella rievocazione inoltre riportata nella piccola area, per quella virtù che solo il grande artista sa affidare al colore e al segno e alla scelta degli elementi rappresentativi, si vitalizza, per un’osmosi trascendente, con i riverberi dell’emotività soggettiva, ricrea così il “sublime”, accessibile allo spirito meno dotato di accezione estetica e rivela la vocazione mediatrice dell’Artista. Lontano dalle comuni mode, nemico della facile improvvisazione, ha cercato con volontà tenace e sicura disciplina di prepararsi alla sua missione di artista con anni di studio e di lavoro, curando l’approfondimento dei problemi dell’espressione plastica, scontento ogni qualvolta il contenuto non fosse sostenuto da un’efficace segno di bellezza. Ha curato soprattutto questa perfezione di mezzi espressivi, senza però fossilizzarsi in una esclusiva e vuota ricerca estetica. Il mondo della sua pittura, è la realtà, quella che suggerisce ineffabili emozioni agli spiriti più sensibili; la sua pittura esprime la poesia delle cose, quella che capta il suo occhio e il suo cuore con sincerità e signorile nobilltà. Non si può negare una evoluzione nella sua arte, ma è l’evoluzione dell’artista che si libera dagli schemi della scuola per la spinta dell’esercizio pittorico e dietro le istanze di una maturità umana e spirituale. Questa si sviluppa nella linea di una ricerca di nuove espressioni liriche, senza trascurare profondi sondaggi e strette aderenze alla vita quotidiana. Da questa conquista di un’arte che ha raggiunto una perfetta coerenza fra il mondo delle immagini e l’applicazione delle tonalità pittoriche, sono nate le sue opere e, ci sembra che questa possa costituire un criterio sicuro per il suo lavoro...”.
Tradizione e innovazione nelle incisioni di Francesco Garofoli 1. Introducendo un puntuale testo su Francesco Garofoli, scrive Stefano Troiani alla fine del decennio ottanta, che l’artista marchigiano ha affidato “la propria forza di sublimazione dell’esperienza del vivere, che per quanto faticosa e dolente possa essere l’esperienza stessa alla rigorosità di un mestiere e di una sapienza tecnica”. Con la sua incisione, ad acquaforte e litografica, Garofoli ha saputo essere non solo un interprete, ma un testimone, del tempo. Tra tradizione e innovazione, tra accademia e sperimentazione, perchè l’arte non è mai definita una volta per tutte, il pittore incisore ha praticamente attraversato tutta la seconda metà del secolo scorso, di cui è diventato espressione, una sorta di culturale cartina di tornasole. Specialmente in campo grafico. Si è specializzato in litografia, nel prestigio della scuola di Urbino, a conclusione di un normale periodo formativo, nato all’insegna del talento e terminato sul finire degli anni quaranta: era il talento, a quei tempi, che veniva utilizzato come misura delle individuali vocazioni disciplinari ed espressive. E di talento Garofoli ne aveva molto, come emerge anche dall’analisi delle sue opere: c’è sperimentazione, c’è sapienza e professionalità, ed emergono quelle doti innate, che appaiono nella facilità con cui individua nuclei sintetici della rappresentazione, con cui fissa e definisce le forme che danno corpo alle sue immagini. Oggi, con mezzo secolo di esperienza incisoria alle spalle, con un cospicuo numero di opere di pittura cui ha dedicato un’intensità operativa solo leggermente inferiore all’amate acqueforti e litografie, Garofoli ci propone attraverso l’omaggio che la sua città gli rivolge, nella pienezza di un’invidiabile percorso: la mostra e il catalogo vogliono costituire l’approdo di un itinerario, che ha guardato il mondo per comprenderlo, ha guardato la realtà esterna per tradurla attraverso i moti dell’animo: e l’arte è diventata lo strumento che Garofoli ha utilizzato per consegnare a noi tutti non solo la realtà del mondo, ma anche la realtà del suo (e del nostro) animo. La biografia che si riporta in fondo a questa indagine sull’arte dell’incisore sassoferratese, ripercorre il lungo cammino; sottolinea le fasi iniziali, l’attività di docente, i primi successi, quando viene premiato nella mostra “Incontri della gioventù” ad Ancona e alla III edizione della rassegna Sassoferratese, “Premio Salvi”. Siamo nel 1953, e il giovane artista si affaccia sull’universo dell’arte, quando le scelte poetiche hanno ormai incanalata l’arte in due rigide categorie stilistico formali, una di stampo realista, legata al racconto, all’episodio, alla narrazione di eventi, l’altra di stampo non iconografico, a sua volta strutturata in astrazione di natura geometrica. La lezione viene dagli astrattisti milanesi degli anni trenta e dalle nuove astrazioni romane attorno a “Forma 1” e perdita della forma nelle materie dell’informale, che ha tracce anche nelle Marche, per gli sconfinamenti della ricerca pittorica dalla pianura padano-emiliana, una delle culle della tendenza (da Mandelli a Moreni). Anche l’astrazione ha nelle Marche una sua presenza, è il sigillo appena concluso negli anni cinquanta del grande Licini, l’orma maggiore nella cultura dei primi anni del dopoguerra nel nostro paese. Garofoli sperimenta, cerca, prova; non abbiamo opere così lontane; solo qualche immagine, scampata alla dispersione della storia; appare da subito legato all’iconografia, con un accento intimista, che rimarrà come costante nel suo cammino; come sempre, i talenti si propongono in gioventù con il loro carattere che i tempi non faranno che confermare, anche se sotto mutate spoglie. E in Garofoli, aspetto fondante è la visione lirica che si misura sui sentieri delle forme, per lasciare spazi al sogno. Proprio perchè è giovane, attento al nuovo, curioso per natura, osserva e prova, sperimenta uscite e accelerazioni che mai compiutamente lo appagano. Si apre all’esperienza culturale partecipando a rassegne in numerose città italiane, da quelle privilegiate, marchigiane (da Ancona a Macerata, da Jesi a Urbino), a quelle di un territorio vasto che sostanzialmente non ha confini (da Milano a Roma, da Padova a La Spezia a Palermo). Rimane legato alla sua terra, alla sua città, al senso appagante della modulazione di un paesaggio collinare che l’uomo ha educato attraverso una millenaria storia e l’artista ripercorre con l’occhio prensile, mentre elabora nella mente le immagini cui dare un volto e un senso. Cui dare il significato stesso dell’esistere, come abbiamo sottolineato fin dall’incipit: perché l’arte per Garofoli, è riflessione, meditazione, sapore della vita trascritto in immagini.

2. Il suo cammino, punteggiato di sperimentazioni e prove, si viene delineando nel decennio settanta; superato il giro di boa della maturità di vita, Garofoli ha definito gli ambiti della sua ricerca, della sua poetica. A monte l’attenzione alla vita, che si manifesta nell’assunzione di temi e percorsi che gli vengono dalla cronaca, come quando realizza, nel 1972, un quadro sul terremoto di Ancona, ma soprattutto l’attenzione alla vicenda culturale che gli funge da sotterraneo filo conduttore nelle sue giovanili esperienze. Nel suo segno emergono anche alcuni temi che riconducono ad una straordinaria pagina incisa, da Bartolini a Castellani e Bruscaglia, emergono memorie che non fanno che confermare una scuola, un amore, una vicenda. Indica infatti una cultura, scrive il suo primo interprete e testimone critico, Alberto Sensini nell’aprile 1953, accompagnando i primi passi poetici del giovane neo specializzato, “una scuola, uno stile, un’atmosfera raffinata, crepuscolare, permeata di decadentismo e ricca di riferimenti letterari”. Per queste ragioni, del resto dieci anni dopo, riferendosi ad un cammino ormai fattosi maturo e dichiarato, poteva confessare Stefano Troiani che ogni presentazione rivolta ad un’artista dotato di una peculiarità propria costituisce un’avventura anche per l’interprete, che rischia di “perdere un pò la propria anima”. Le prime prove di questo viaggio, ancora datate al decennio cinquanta, ci mostrano un giovane attento alla scuola (La fiaba, 1952), con una certa memoria che rinvia a Carnevali e Ceci), ma anche aperto alla cultura del mezzo secolo che ha alle spalle (Le bagnanti, 1959, con una chiara memoria cezanniana). In queste prime opere litografiche alle reminiscenze letterarie dure a morire, come quella dei cipressi carducciani (Nidastore, 1968), già emerge e attrae l’attenzione del critico, una tavola come quella elaborata per le Case sullo scoglio, 1958: la forza del segno riassume l’energia dello sguardo. Garofoli non rappresenta più, ma cerca dentro le sintesi espressive i moti dell’animo, tra la paura sublime del sentimento e la consapevolezza solida di quei costruttori che hanno sfidato la natura. Tale ricerca di sintesi (si ritrova anche nella notevole Campagna sassoferratese, dell’inizio del decennio sessanta: 1962) dialoga con la cultura narrativa che fa o rifà capolino, in opere come la traduzione di un tema caro al realismo, quello de Il bevitore, 1958: non sembri casuale tuttavia se l’artista sente il bisogno di acquerellare a mano la litografia; il puro contatto narrativo, ci documenta l’intervento, ormai non lo soddisfa più.
Il paesaggio, come viene dai rinvii appena indicati, appare come il luogo privilegiato dell’operare; un paesaggio che sempre più cerca la distanza dall’ambiente naturale, per sottolineare l’ambiente umano o umanizzato del paese costruito dove facile è intravedere una geografia progettuale, ai campi, ai fantastici campi collinari che solo una millenaria opera d’architettura contadina ha reso simili ad un percorso di ritmi e poesia. Non si scordi che da Senigallia su questi campi, veniva con la sua macchina fotografica a tracolla il più grande fotografo italiano del secondo dopoguerra. Nello stesso momento in cui sceglie il paesaggio, Garofoli comincia ad inseguire la sperimentazione. Quel timore di rimanere “schiacciato” dal soggetto, che emerge nel citato “bevitore”, in cui il colore ha una funzione diversiva nei confronti di sentimenti tra la pietà e l’umana comprensione che il soggetto alimenta, compare in numerose opere di paesaggio. Emblema di una trasformazione inevitabile e immagine esemplare di un percorso ormai compiuto per prove lievi può essere assunto il disegno a china del 1972, La Rocca. (Sassoferrato dunque, ancora i suoi luoghi umanizzati ad iniziare dalla Rocca stessa che sembra crescere sulla roccia seguendo con le regolari file di pietre squadrate il ritmo strutturale delle sedimentazioni geologiche), in cui Garofoli sente il bisogno di definire l’immagine con un inventivo colpo di rosso. è la conclusione di questo lungo periodo sperimentale, che Garofoli ha condiviso con la docenza, ma è anche la raggiunta consapevolezza dei propri mezzi espressivi, segno non ultimo di una maturità ormai definita nei suoi ambiti e nella sua vicenda poetica. Il colore all’acquerello -ma non dissimili sono gli usi dei colori ad olio sulle tele del periodo- gli consente un ritmo quieto, evita i grumi e le materie, ha in mente una misura disciplinata, che non lascia spazio alle emozioni degli spessori, agli umori che la cultura del secondo dopoguerra ha collegato sulle linee dell’Informale; assorbito quel tanto che basta, ma lasciato ai margini di un percorso che non ha mai voluto abbandonare l’iconografia. Nel momento in cui la vicenda artistica internazionale tende al concettuale e approda alle ipotesi espressive del minimalismo, Garofoli ritenta la strada della pittura, rimane fedele all’ evocazione. Di più; ritorna ai temi del paesaggio urbano, diventando un ultimo vedutista, in un mondo che ormai trascrive le vedute solo attraverso il colore del clic fotografico. Solo che Garofoli è consapevole che la veduta da sola non basta; troppe pagine la nostra storia gli ha lasciato, troppo pieni gli occhi e il cuore (anche se ama il Sud mediterraneo) di immagini, di vedute che dal Settecento accompagnano la vicenda delle città europee. Garofoli accetta il rischio della sfida, ancora una volta si mette in gioco. Forse la scuola non gli basta più; ha ormai acquisito strumenti e capacità; è un “maestro” riconosciuto, uno di quei petits maitres di cui la nostra penisola è ricca. Riprendere il paesaggio costituisce per Garofoli il modo di non lasciarsi corrodere dalle capacità perfezionate negli anni, cadere nel gioco sterile della ripetizione, che tutto livella.

3. La nuova storia parte con lo Studio del pittore, litografia acquerellata datata 1978: lo studio documenta l’opera dell’artista; i fogli appesi e allineati alle pareti sono la sua storia e la sua vita; il torchio in bella mostra, in primo piano, dialoga con i ferri del mestiere, i cassetti che immaginiamo pieni di fogli, in parte bianchi, in parte ormai definiti dall’inchiostro da stampa, di cui l’artista vuole farci sentire l’intenso profumo. La consapevolezza viene da mille altre forme, ad iniziare, per esempio, dall’uso della modella (dalla litografia La resa, 1992, che interpreta un colloquio d’amore, alla posa un po’ sguaiata de La modella, una puntasecca del 1995): opere che confermano un Garofoli attento a non lasciarsi prendere la mano dall’abitudine e dall’esercizio. Cui si aggiungono alcune sottolineature, che si ritrovano nei recuperi visivi di alcune figure che sembrano costituire esercizi di scrittura e di poesia, in un artista cosciente dei suoi mezzi espressivi, da Violette e primule con testo poetico inciso (acquaforte e acquatinta datata 1983), un omaggio al grande di Cupramontana, al Picchio e martin pescatore (acquaforte sempre del 1983), ancora un omaggio e un rinvio al citato grandissimo, fino al Notturno romantico (acquaforte e acquatinta, 1983), a Le ostriche (acquaforte acquerellata datata 2005) a documentare una continuità nella tradizione, una continuità nell’innovazione. Per Garofoli il segno è sempre la tradizione; corretto, espressivo, mai ridondante, il segno trascrive la funzione. Procede con un ritmo quieto il segno dell’incisore, segno che dialoga con le stesure cromatiche, anch’esse lievi, regolari. Procede con un verso omogeneo, perchè la forza del segno -è forse la qualità più rilevante che viene dalla scuola di Urbino- non si incontra nel capriccio, ma nella persuasione che viene dall’ispessirsi dei neri e dei chiari, là dove li colloca l’autore. Solo raramente Garofoli sente il bisogno dell’incrocio, del segno che si attorciglia su se stesso; tutto procede in forme piane e regolari, e l’acquerello, sovente (si pensi a Le ostriche appena citate), aggiunge quella dimensione spaziale che il segno non ha cercato. Su questa dimensione, di acquarello e segno, ma anche di cromie litografiche e segno pastoso (si veda la litografia del 1981 dedicata allo Studio di nudo, in cui l’artista sembra far suoi i portati strutturali dei realismi tra le due guerre e dell’immediato secondo dopoguerra), emerge la più consapevole scelta linguistica di Francesco Garofoli. A fianco della normale produzione ad acquaforte, Garofoli viene costruendo pagine grafiche di acqueforti in negativo: il segno si fa bianco, la lastra viene inchiostrata con colori accesi come se fosse una tavola xilografica. Tutto appare rinnovato, mutato nel rimanere tutto uguale; tutto accelera, si fa espressione, perde quel portato evocativo che di Garofoli è carattere peculiare. Mutano i paesaggi che vivono l’accelerazione espressionista del ribaltamento cromatico. I paesaggi sono ancora quelli dei luoghi amati, sono i ritmi intensi del Mediterraneo, riletto con nostalgia e affetto; trasformati tuttavia nelle cromie, i paesaggi di Garofoli si accendono di luci interiori, modificano la geografia dei luoghi, in geografie dell’animo, tensioni anche, accoramenti e struggimenti a volte, come se l’artista attraverso il paesaggio, misurasse il tempo che trascorre, il nuovo volto di luoghi, il desiderio di fermarli come immagine, prima che ogni cosa venga travolta dalle grandi mani del Tempo. Contemporaneamente, modernità e ritorno all’antico, consapevolezza delle accelerazioni che il post moderno ha immesso nel nostro vivere e bisogno tra nostalgia e coscienza di paesi e borghi e città perduti nel villaggio globale, villaggi allarmati e allucinati dalle intensità cromatiche che divengono le protagoniste della ricerca dell’incisore. Che forse non si sente più necessitato a dipingere, proprio perchè sono i nuovi colori ritrovati nello studio a definire le sue scelte. Vedutismo si diceva; ma ben diverso, ben nuovo, adatto all’occhio travolto da una quantità inenarrabile di immagini che ci vengono da tutte le parti, costruito dunque per comprendere, per riposare a volte, per respirare e pensare, con nostalgia e con rimpianto, con un nuovo desiderio di aperture; perché questo, infine, è il compito dell’arte, offrirci un poco di riposo e un poco di consapevolezza. L’arte tocca il cuore e l’occhio: è necessario seguire gli artisti e cercare da loro quelle risposte che la quotidianità non può darci.
Per una poetica del segno
I percorsi artistici di Francesco Garofoli

Il più che sessantennale lavoro artistico di Francesco Garofoli è da ricondurre, nelle sue origini, alla prestigiosa scuola urbinate. «Uno degli allievi più bravi dell’Istituto d’Arte di Urbino», così Carlo Ceci, valentissimo docente e lui stesso artista raffinato, commentava qualche tempo fa la notizia della mostra. Sorta attorno alla metà degli anni venti del secolo scorso, nel momento della massima notorietà di due xilografi marchigiani, Adolfo De Carolis e Bruno da Osimo, e dell’avvio del luminoso cammino artistico di Luigi Bartolini, la Scuola d’Arte di Urbino – conosciuta anche come Scuola del Libro, a motivo del progetto iniziale di una Scuola, unica in Italia, per la illustrazione e la decorazione del libro- ha rappresentato per decenni un sicuro approdo per tanti giovani provenienti da tutta Italia e avviati alla stimolante esperienza creativa dell’arte da grandi maestri come Francesco Carnevali, Bruno da Osimo e Leonardo Castellani, luogo di significative sperimentazioni per nuove tecniche incisorie, centro irradiatore della rilevantissima tradizione grafica marchigiana e punto di riferimento per la produzione nazionale ed internazionale. Dal laboratorio urbinate emergeranno alcuni dei maggiori incisori italiani, quali: Battistoni, Bruscaglia, Ciarrocchi, Piacesi, Valentini ed altri. E’ questo il contesto dal quale trae ispirazione l’attività grafica e pittorica di Garofoli, sviluppata poi in tutta la vita, spesa con un’unica grande passione ma impegnata anche in lunghi anni di insegnamento. Partito da Urbino, Garofoli ha scelto la sua Sassoferrato, piccola città con significative tradizioni umanistiche ed artistiche - si pensi, per quest’ultimo aspetto, a Pietro Paolo Agabiti e Giambattista Salvi - come luogo di ispirazione e di lavoro. Ma non si è chiuso nei confini stretti della cittadina sentinate, dove peraltro ha contribuito attivamente alla nascita di importanti eventi culturali, a partire dalla storica Rassegna d’arte “G.B. Salvi”. Ha partecipato ad importanti mostre e concorsi, italiani ed europei, conseguendo significativi riconoscimenti. Ma Sassoferrato, il suo mondo naturale e suggestivi squarci del suo centro storico sono presenti in tanti suoi lavori, nella sua continua e appassionata ricerca, di segno in segno, della forma bella. Un tema, quello del rapporto dell’artista con la sua terra, già sottolineato da Rembrandt: «Ovunque tu sia nato, il tuo luogo di nascita ti offre più bellezza di quanta tu sia capace di dipingere in tutta la tua vita». Ha scritto recentemente Pietro Zampetti, in un testo critico dedicato all’opera grafica di Roberto Stelluti, che «l’incisione nasce da un forte impegno tecnico, richiede perseveranza e bravura, sicché l’impeto inventivo si smorza, a poco a poco, sotto l’esigenza di coniugare forma e contenuto». Vi si connettono arte e forma espressiva. Il processo non si caratterizza, tuttavia, per il prevalere della tecnica sulla creatività, vale a dire su quella che Eugenio Montale chiama “quiddità” e che rappresenta il primo e fondamentale valore. Proprio perché il linguaggio dell’incisione è quello che, più di ogni altro e più di ogni altro genere di espressione artistica, è in grado di esaltare la specificità e la singolarità dell’artista. Così è, possiamo dire, anche per il lavoro di Francesco Garofoli, un’assidua e operosa indagine volta a scoprire il palpito delle cose, per creare un rapporto ignoto fino a quel tempo. Si tratta, dunque, di un’esperienza del tutto personale, un’esperienza di poetica suggestione. Ricorda, Garofoli, un pensiero di Sante Monachesi che lo ha profondamente colpito: «...cogliere la poesia del filo d’erba», come dire, saper vedere l’intonazione poetica che è possibile rinvenire anche nelle piccole cose. Un pensiero in cui risaltano due temi, il saper vedere e, ad un tempo, il legame tra incisione e poesia. Il saper vedere è certamente un traguardo di tutto rilievo. Perché ciò che vede l’occhio comune nasconde, lascia in ombra parte della realtà. Ed è, invece, proprio lì che bisogna arrivare, per illuminare, scoprire, decifrare. Si pensi alla ricchezza e varietà del paesaggio, che Garofoli restituisce in molte sue acqueforti, ed è quello stesso paesaggio sassoferratese e marchigiano che tanto attraeva Mario Giacomelli e che, attraverso le sue prese fotografiche, ha fatto il giro del mondo. Quel paesaggio naturale e quei tratti del territorio montano, che Garofoli ha saputo rappresentare con tratto fine ed elegante, mostrano variegati spunti poetici. E così confortano l’idea di chi parla del territorio e del paesaggio come dell’opera d’arte, forse la più alta e corale che l’umanità abbia espresso, realizzata attraverso il dialogo tra entità viventi nel tempo lungo della storia. Lo stesso, «umanizzato» paesaggio, con i sottili dinamismi delle forme, contiene una storia di cui siamo partecipi e che ci conduce all’interno di un flusso vitale in cui si legano, nella mediazione del presente, i tempi passati e il futuro. La rappresentazione che ne fornisce Garofoli sembra simile ad una delicata coperta, sulla quale dobbiamo muoverci in punta di piedi. E’ proprio in questa relazione che può risolversi il rapporto di individuazione e di lettura, quella misteriosa quantità di suggestioni, di risonanze e di evocazioni che fuoriescono dall’insieme dei segni. Potremmo dire che l’acquaforte, come la poesia, è un susseguirsi di echi e di modulazioni, di musica e immagini, di luci e specchi di vero. Ne parla così Paul Valery: «Scopro nell’incisione, come nella scrittura letteraria, una stretta intimità tra l’opera che si forma e l’artista che vi si applica. La lastra è molto simile alla pagina su cui si lavora: con lo stesso sguardo abbracciano l’insieme e il particolare. La mente, l’occhio e la mano concentrano la loro attenzione su quella piccola superficie. Non è questo il massimo dell’intimità creatrice che accomunano l’incisore e lo scrittore, ciascuno legato alla sua lastra dove fa comparire quello che sa e tutto quello che vale?». Colpisce, in Garofoli, la docilità e l’eleganza con cui il segno diventa incisione, che rivelano un dominio pieno di sé e dei mezzi tecnici, qualità indispensabili in un’espressione artistica in cui è richiesta grande attenzione e non è ammesso sbagliare. Sfogliando le pagine del catalogo, incontriamo opere segnate da elementi e ricordi dei vari periodi della vita, dei luoghi, delle suggestioni, della sempre più fine percezione della realtà. Soggetti differenti, ma legati da un unico filo conduttore, l’universale spiritualità che anima gli oggetti materiali e ne costituisce la sua essenza profonda. La sua straordinaria perizia e la pazienza febbrile del segno sottolineano l’abilità nello scrutare il reale, ma evocano, ad un tempo, particolari risorse creative ed immaginative. Le linee, nel disegno, costituiscono un’astrazione dalla realtà, devono essere inventate volta per volta. Ma l’astrazione tipica della produzione artistica di Garofoli non si caratterizza per l’addizione delle parti in un tutto che le trascende, quanto in un insieme ottenuto per sottrazione dei segni, ridotti all’essenziale della descrizione. Nel grande e pluriforme contesto della post-modernità e del “pensiero debole”, caratterizzato dal predominio dell’effimero, dal repentino mutare dei gusti e delle opzioni estetiche, esistono ancora esperienze artistiche fondate sulla forza del lavoro e dell’amore per le realtà del mondo. E’ la reazione alla provvisorietà, al «non durare» delle nostre fragili conquiste, la riaffermazione della possibilità di rappresentare il mondo e la sua complessa immagine attraverso la silenziosa e straordinaria alleanza della mente con la mano, con la modestia di un operare che ci riporta anche ad una dimensione artigianale. Così la bellezza, antica e mai sopita aspirazione dell’uomo, si ricollega ai valori perenni e alle profonde e positive inquietudini che sono nella natura e nella condizione dell’uomo.